Massimo Mantellini è tra i più competenti ed esperti blogger italiani. Ha scritto e scrive per Il Post, Punto Informatico, Radio Televisione Svizzera Italiana, Il Sole 24 ore, L’Espresso, Telecom Italia.
Ha affermato “Il lavoro giornalistico oggi è migliore rispetto a quello di anni fa”. Perché?
Per molte ragioni.
Perché grazie a Internet sono caduti alcuni importanti steccati sull’agenda informativa che fino a un decennio fa era gestita in privato da una decina di grandi agenzie di stampa per tutto il mondo.
Perché il feedback diretto al lavoro giornalistico è comunque in grado di costringere a ripensare alla costruzione della notizia come a qualcosa di non finito.
Perché l’ambiente informativo oggi è composto da molti soggetti differenti, dagli amatori, agli esperti, agli uffici stampa delle aziende, agli organismi politici: tutti emettitori che possono comunicare direttamente senza doversi sottoporre alla mediazione della stampa, aumentano di fatto le fonti disponibili per il lettore.
Perché l’informazione declinata in scala planetaria ha messo in luce provincialismi, furbizie e meccanismi protettivi fuori dagli ambiti degli addetti ai lavori
Perché più informazioni è comunque meglio di meno informazioni (poi organizzarle è un altro tema che viene a ruota)
Nel suo articolo pubblicato su “Il Post” relativo alla questione Beppe Grillo, afferma che non contano i follower su twitter ma “sono le relazioni che costruiscono la reputazione in rete di ciascuno di noi”. A suo avviso, che genere di relazioni dovrebbe saper coltivare un uomo politico nell’era dei Social Network?
I social network, ma anche Internet più in generale, sono strumenti molto potenti di relazione paritaria. Sono ambiti di possibile costruzione di una reputazione autentica per chiunque, a maggior ragione per chi abbia ruoli pubblici o intenda averne. Anche con le migliori intenzioni esiste un prezzo da pagare per costruire relazioni del genere: fondamentalmente si tratta di impiegare tempo, capacità di ascolto e trasparenza.
Questa strada è spesso molto complessa per chi è sotto i riflettori dell’attenzione generale e il meccanismo automatico di reazione alla troppa esposizione, ai troppi stimoli, ai troppi commenti raccolti quando si tenta di comunicare in rete è quello di ignorarli o di darli gestione a qualcun altro che se ne occupi per te. Il problema è che percorrendo simili percorsi di semplificazione molto del valore in termini di reputazione che è possibili creare viene dissolto. Lentamente Internet diventa uno strumento di propaganda come gli altri. Ovviamente fra i due estremi esistono molte possibilità intermedie ancora in buona parte da indagare.
Come sono ridisegnati, secondo lei, i ruoli dei giornalisti, dei politici e del pubblico elettorale all’interno del web?
I ruoli di queste figure si ridisegnano in generale, non in relazione al web che forse è stato parte dello stimolo al cambiamento. I giornalisti credo abbiano una occasione inedita di manifestazione del proprio pensiero anche se il loro lavoro nel frattempo si sta spostando dal racconto e commento della notizia a quello del filtro informativo. Un lavoro forse un po’ meno poetico di quello di un tempo, ma ugualmente fondamentale per il lettore che, a parte pochi casi, continuerà ad affidarsi all’esperienza ed al talento di una figura professionale in grado di preselezionare le notizie per lui. Per i politici la rete è: una brutta gatta da pelare per quasi tutti, una occasione concreta per un ristretto numero di loro. Sono fra quelli che pensano che un cattivo politico (così come un cattivo giornalista) sia più facilmente riconoscibile in rete che altrove.
È come se Internet alzasse l’asticella di una decenza minima richiesta. Alcuni pensano invece che la rete possa essere uno strumento di controllo ed indirizzo molto potente e raffinato: io non credo, penso che sia invece uno strumento crudele di disvelamento dell’esistente. E magari questa fotografia di noi stessi potrà non piacerci.
Questo porta all’ultimo soggetto della domanda, il pubblico elettorale sul web il quale fino a quando non riuscirà ad organizzarsi come soggetto autonomo di orientamento politico rimarrà in un ruolo molto simile a quello che la politica gli ha riservato fino ad oggi: carne da sondaggi e poco più.
Internet consente aggregazioni trasversali di cittadini su temi e battaglie sociali, non serve solamente ai partiti per motivare e fortificare la propria base elettorale attorno ad un programma. Quando e se i cittadini si renderanno conto di questa possibilità di autodeterminazione allora, per forza di cose, sarà la politica a dover cambiare radicalmente. Fino ad oggi non è successo, mi pare.
Ci spieghi che cos’è l’agenda digitale…
L’agenda digitale è una sorta di promemoria sulla centralità delle scelte tecnologiche per la crescita e lo sviluppo del Paese. Quasi tutti i Paesi del mondo ne hanno una. L’Italia fino ad un anno fa era nel ristretto numero di quei Paesi che non se ne erano preoccupati nemmeno a parole. La nostra fortuna è che esiste una agenda digitale europea che è stata approntata nonostante i nostri ritardi: contiene una lista di impegni e scadenze che i paesi UE si sono dati per la crescita della banda larga e della alfabetizzazione telematica. E siamo in attesa (pare arriverà a settembre) di una agenda digitale stilata con molta fatica dal Governo Monti. La premessa a questo è che per il benessere della comunità in senso lato servano infrastrutture e regole che portino Internet nel cuore di ciascuna nazione. Una causa seria da sposare immediatamente visto che siamo in coda a tutte le statistiche europee al riguardo. E le ricadute di questo ritardo sono davanti ai nostri occhi.

